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Se la storia non risarcisce

Colonna di arsenico dell'Enichem

Riporto integralmente l'articolo pubblicato sulla Gazzetta di Capitanata del 6 ottobre 2007 a commento dell'assoluzione nel processo Enichem. Eccolo il tradimento dell'Enic. E' ancora lì, squallida e decrepita cornice del Golfo a testimoniare tra impalcature di ferro e il sospetto di grammi di arsenico che i danni saranno duri da cancellare. Come i ricordi. La sentenza di ieri grida allo scandalo e riapre le ferite se non altro per il tempo: trentuno anni da quella mattina del 26 febbraio quando Manfredonia fotocopiò Seveso. Una sentenza che non alleggerisce di un grammo il peso della decenza e della onestà della storia, ma questo processo chiuso senza colpevoli è un'altra tappa di ordinaria indecenza di un ciclo, quello della chimica nel Golfo, sul quale non c'è che da turarsi il naso, come su quel verdetto. Sgocciolano pensieri disordinati e convulsi, affiorano singulti di rabbia 31 anni dopo. Già, ci sono voluti oltre trent'anni per cerccare la scena madre: l'assoluzione appunto, che suona come una pernacchia alla realtà storica, non a quella processuale che è sempre un'altra cosa. L'Enichem o l'Anic che dir si voglia ha sì inquinato, ha sì lasciato indelebili, vistose tracce pari a qualcosa come 12 tonnellate di arsenico che hanno affermato, accertato i periti, ma non ha ucciso. Non c'è nesso di casualità tra le morti e l'esplosione della torre di prilling dell'arsenico. Quante contraddizioni affiorano e persistono, compreso quella del decesso del povero Nicola Lovecchio e di tanti altri che almeno dieci perizie hanno accertato sia stata causata dall'esposizione all'arsenico. Ma per la giustizia non è così, così da sentenza esemplare da tutti attesa (e che doveva in certo qual senso risarcire la storia e quei tragici eventi) ecco venir fuori una assoluzione piena per quei dodici sfortunati imputati destinati a lasciare orme senza memoria. Loro sì, l'Enichem no. Ci si chiede a cosa siano valsi anni e anni di battaglie, decenni di lotte, i pronunciamenti della corte di Strasburgo e le odissee dei tanti colpiti da forme tumorali tutte uguali, tutte interconnesse. La verità è che quella città conquistata con un tradimento è stata lasciata con una pernacchia, senza note al merito e senza medaglie al valor civile. Nemmeno per quel Lovecchio esempio di coerenza e forza interiore, diventato simbolo della lotta ambientalista. Ed è anche grazie a quell'umile vittima dell'arsenico e dell'Enichem, una delle tante, che a Manfredonia si è costruito un modello di cultura. Suvvia, la città la si può usare per il costo del suo mantenimento; per l'opportunità che ha dato per un simile insediamento chimico, ma non la si può beffeggiare con un verdetto che offende la storia e la morale di una vicenda così grande. Ha ragione chi ha detto che "questi processi non si fanno per i soldi", nel senso che i risarcimenti avvenuti nel tempo non possono scalfire di un briciolo l'entità dei fatti. Come i tre Comuni (Manfredonia, Monte Sant'Angelo e Mattinata) avrebbero dovuto persistere nella costituzione di parte civile, baluardo estremo e garanzia istituzionale per tutti, per i caduti e per la città che nemmeno la storia risarcisce con una sentenza che è come una pietra tombale assestata su chi ha già pagato con la vitaa, tradito due volte. er.tar. Gazzetta di Capitanata, 6 ottobre 2007




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